28 Maggio 2026

Sanoid / Syncoid, l’accoppiata vincente per Snapshot e backup su OpenZFS

Snapshot automatici, replica incrementale e backup remoti: con Sanoid e Syncoid OpenZFS diventa una piattaforma solida per proteggere davvero i tuoi dati.

Snapshot locali, replica incrementale e backup remoti: quando si parla di protezione dei dati su sistemi Linux moderni, OpenZFS offre una base tecnica estremamente solida. Tuttavia, avere un filesystem evoluto non significa automaticamente avere una strategia di backup efficace. Gli snapshot vanno creati con regolarità, conservati secondo una logica sensata, replicati altrove, monitorati e soprattutto testati in fase di ripristino. È qui che entrano in gioco Sanoid e Syncoid, due strumenti che insieme permettono di trasformare le potenti funzionalità native di ZFS in una procedura ordinata, automatizzabile e realmente utilizzabile in produzione.

In molti ambienti server, soprattutto in ambito hosting, sistemistico e infrastrutturale, il backup viene ancora percepito come una semplice copia di file. Si configura un job rsync, si pianifica un cron notturno, si invia qualche archivio su un server remoto e si dà per scontato che tutto sia sotto controllo. Il problema emerge quando bisogna davvero recuperare qualcosa: una directory cancellata, un sito compromesso, una versione precedente di un file, un database danneggiato o un intero dataset perso. In quel momento la differenza tra una copia generica e una strategia basata su snapshot, retention e replica incrementale diventa enorme.

OpenZFS cambia il modo di ragionare sul dato perché integra nel filesystem stesso molte funzionalità che altrove richiederebbero strumenti separati. ZFS non è soltanto un filesystem: è anche un volume manager, un sistema di protezione dell’integrità, una piattaforma di snapshot, un motore di replica e un sistema di gestione avanzata dello storage. Grazie al modello copy-on-write, ai checksum end-to-end e alla possibilità di inviare snapshot tramite zfs send, diventa possibile costruire backup efficienti, incrementali e coerenti.

Perché gli snapshot ZFS sono così importanti

Uno snapshot ZFS è una fotografia istantanea dello stato di un dataset in un determinato momento. Non è una copia completa dei dati, almeno non nel senso tradizionale del termine. Quando viene creato, uno snapshot occupa inizialmente pochissimo spazio perché si limita a conservare i riferimenti ai blocchi già presenti. Lo spazio comincia a crescere soltanto quando quei blocchi vengono modificati o cancellati nel dataset attivo.

Questo comportamento deriva dal funzionamento copy-on-write di ZFS. Quando un file viene modificato, ZFS non sovrascrive direttamente i vecchi blocchi, ma scrive i nuovi dati in una nuova posizione e aggiorna poi i metadati. Se esiste uno snapshot che fa riferimento ai blocchi precedenti, questi rimangono disponibili. In questo modo lo snapshot continua a rappresentare lo stato esatto del dataset nel momento in cui è stato creato.

Il risultato pratico è molto potente. Se alle 10:00 viene creato uno snapshot di un dataset contenente un sito web, e alle 10:30 un aggiornamento rompe parte dell’applicazione, è possibile recuperare i file precedenti dallo snapshot. Se un utente cancella accidentalmente una directory, quella directory può essere ripristinata finché esiste uno snapshot che la contiene. Se una deploy sovrascrive contenuti importanti, si può tornare indietro senza dover ripristinare un intero backup remoto.

La creazione manuale di uno snapshot è estremamente semplice:

zfs snapshot tank/www@snap-2026-05-28

Per visualizzare gli snapshot disponibili:

zfs list -t snapshot

Oppure, per ottenere informazioni più utili su spazio occupato, dati referenziati e data di creazione:

zfs list -t snapshot -o name,used,referenced,creation

Il ripristino completo di un dataset a uno snapshot precedente può essere effettuato con:

zfs rollback tank/www@snap-2026-05-28

Il rollback è una funzione molto potente, ma va usata con attenzione. Riporta l’intero dataset allo stato dello snapshot selezionato, eliminando le modifiche successive. In molti casi è più prudente recuperare soltanto i file necessari dallo snapshot, evitando di perdere modifiche valide avvenute nel frattempo. Questo è uno dei motivi per cui gli snapshot locali sono così utili: permettono ripristini rapidi, selettivi e spesso non invasivi.

Snapshot locali: la prima linea di difesa

Gli snapshot locali non devono essere confusi con un backup completo. Se si trovano sullo stesso pool e lo stesso pool viene perso, anche gli snapshot vengono persi. Non proteggono quindi da tutti gli scenari: guasto catastrofico dello storage, perdita fisica del server, compromissione totale del sistema o distruzione intenzionale dei dataset. Tuttavia, nella pratica quotidiana, rappresentano spesso la prima e più rapida linea di difesa.

Snapshot Linux

Molti incidenti non richiedono il ripristino da un backup remoto. Richiedono semplicemente di tornare indietro di qualche minuto, qualche ora o qualche giorno. In un ambiente hosting, ad esempio, può capitare che un cliente cancelli file via FTP o SFTP, che un aggiornamento WordPress renda il sito inutilizzabile, che una procedura automatica sovrascriva una directory, che un plugin generi modifiche indesiderate o che una configurazione venga alterata per errore. In tutti questi casi, avere snapshot frequenti consente di intervenire rapidamente.

Il punto fondamentale è che gli snapshot devono essere frequenti, ordinati e gestiti con una retention coerente. Creare uno snapshot manuale ogni tanto non è una strategia. Allo stesso modo, creare snapshot continui senza eliminarli mai rischia di consumare spazio in modo incontrollato. Serve una politica: quanti snapshot orari conservare, per quanti giorni mantenere quelli giornalieri, per quanto tempo conservare quelli settimanali o mensili e quali dataset trattare in modo diverso.

Il problema della gestione manuale

Gestire snapshot ZFS a mano è facile per un singolo dataset, ma diventa rapidamente scomodo su sistemi reali. Un server può avere decine o centinaia di dataset: siti web, home directory, database, backup applicativi, ambienti di staging, repository, directory di log, volumi per container o macchine virtuali. Ogni dataset può avere esigenze differenti.

Un dataset contenente file statici può tollerare snapshot meno frequenti e retention più lunga. Un dataset con dati applicativi dinamici può richiedere snapshot orari. Un dataset con database molto attivi deve essere trattato con maggiore attenzione, perché il tasso di modifica può far crescere rapidamente lo spazio usato dagli snapshot. Inoltre, bisogna considerare la consistenza applicativa, non soltanto quella del filesystem.

Lista-Snapshot-OpenZFS

Scrivere script personalizzati per gestire tutto questo è possibile, ma introduce complessità. Bisogna definire una convenzione di naming, evitare collisioni, cancellare gli snapshot vecchi, gestire dataset ricorsivi, differenziare le policy, produrre log, intercettare errori e mantenere lo script nel tempo. Più cresce l’infrastruttura, più aumenta il rischio che una soluzione artigianale diventi fragile. È proprio per questo che Sanoid è così utile.

Che cos’è Sanoid

Sanoid è uno strumento pensato per automatizzare la gestione degli snapshot ZFS. Il suo scopo è semplice: creare snapshot secondo una pianificazione definita ed eliminare quelli vecchi secondo regole di retention. Invece di affidarsi a script manuali, Sanoid permette di descrivere il comportamento desiderato in un file di configurazione leggibile e facilmente versionabile.

Con Sanoid si possono definire template diversi per tipologie diverse di dataset. Ad esempio, si può avere una policy per i dati di produzione, una per i database, una per gli archivi e una per ambienti meno critici. Ogni template può specificare quanti snapshot frequenti, orari, giornalieri, settimanali, mensili o annuali conservare.

Un esempio di configurazione può essere il seguente:

[tank/www]
        use_template = production
        recursive = yes

[tank/home]
        use_template = production
        recursive = yes

[tank/mysql]
        use_template = database
        recursive = no

[template_production]
        frequently = 0
        hourly = 24
        daily = 14
        weekly = 8
        monthly = 6
        yearly = 0
        autosnap = yes
        autoprune = yes

[template_database]
        frequently = 0
        hourly = 12
        daily = 7
        weekly = 4
        monthly = 3
        yearly = 0
        autosnap = yes
        autoprune = yes

In questo esempio, i dataset tank/www e tank/home utilizzano una policy di produzione con 24 snapshot orari, 14 giornalieri, 8 settimanali e 6 mensili. Il dataset tank/mysql usa invece una policy più corta, adatta a dati molto dinamici o da integrare con altre strategie, come dump logici o replica database.

Le opzioni autosnap e autoprune sono centrali. La prima abilita la creazione automatica degli snapshot; la seconda consente a Sanoid di eliminare quelli che superano la retention configurata. Senza pruning, gli snapshot continuerebbero ad accumularsi, trattenendo blocchi vecchi e consumando spazio nel pool.

Retention e spazio occupato dagli snapshot

Uno degli aspetti più importanti da comprendere è che gli snapshot non occupano spazio in modo immediatamente intuitivo. Uno snapshot appena creato può sembrare quasi gratuito, ma se dopo la sua creazione vengono modificati o cancellati molti dati, quello snapshot inizierà a trattenere i vecchi blocchi. Di conseguenza, lo spazio realmente consumato dagli snapshot dipende dal tasso di modifica del dataset.

Per analizzare lo spazio occupato è utile usare:

zfs list -o name,used,referenced,usedbysnapshots

Questo comando permette di vedere quanto spazio è usato dal dataset, quanto è referenziato e quanto è trattenuto dagli snapshot. Per un dettaglio sugli snapshot:

zfs list -t snapshot -o name,used,referenced,creation

Una retention troppo aggressiva può consumare molto spazio, soprattutto su dataset con modifiche frequenti. Una retention troppo breve può invece non offrire abbastanza profondità storica. Il bilanciamento dipende dal valore del dato, dallo spazio disponibile e dagli obiettivi di ripristino. In un’infrastruttura professionale, questi parametri dovrebbero essere scelti consapevolmente, non lasciati al caso.

Database e consistenza applicativa

Quando si parla di snapshot bisogna distinguere tra consistenza del filesystem e consistenza applicativa. ZFS garantisce snapshot coerenti a livello filesystem, ma non può sapere se un’applicazione, nel momento esatto dello snapshot, abbia completato tutte le proprie operazioni interne. Questo è particolarmente importante per database come MySQL, MariaDB o PostgreSQL.

Con motori transazionali come InnoDB, uno snapshot preso a caldo può spesso risultare recuperabile in modo simile a un riavvio dopo crash, grazie ai log transazionali. Tuttavia, per ambienti critici, non è prudente basarsi solo su questa considerazione. È preferibile affiancare agli snapshot procedure applicative specifiche: dump logici, replica database, flush controllati, lock temporanei, snapshot su replica secondaria o hook pre e post snapshot.

Sanoid e Syncoid sono strumenti eccellenti, ma non sostituiscono la conoscenza dell’applicazione. Una strategia corretta deve sempre considerare cosa sta scrivendo sul dataset nel momento in cui lo snapshot viene creato. Fotografare file statici è molto diverso dal fotografare un database attivo, una coda di messaggi, un indice di ricerca o un’applicazione con stato in memoria.

ZFS send: la base della replica efficiente

Gli snapshot locali sono fondamentali, ma da soli non bastano. Una strategia di backup seria deve prevedere una copia su una destinazione separata. È qui che entra in gioco zfs send, una delle funzionalità più potenti di OpenZFS.

Il comando zfs send permette di trasformare uno snapshot in uno stream. Questo stream può essere salvato su file, inviato attraverso una pipe, trasferito via SSH o ricevuto direttamente da un altro pool tramite zfs receive. In pratica, ZFS può esportare lo stato di un dataset e ricostruirlo altrove in modo coerente.

Un invio completo può essere fatto così:

zfs send tank/www@snap-2026-05-28 | zfs receive backup/www

In questo caso lo snapshot tank/www@snap-2026-05-28 viene inviato e ricevuto nel dataset backup/www. Questo è utile per una prima sincronizzazione, ma la vera forza di ZFS emerge con gli invii incrementali.

Dopo aver inviato un primo snapshot completo, gli snapshot successivi possono essere trasferiti inviando solo le differenze tra due punti nel tempo:

zfs send -i tank/www@snap-2026-05-27 tank/www@snap-2026-05-28 | zfs receive backup/www

Questo comando invia soltanto ciò che è cambiato tra lo snapshot del 27 maggio e quello del 28 maggio. Non serve scansionare tutto il filesystem, non serve confrontare milioni di file e non serve affidarsi a timestamp o checksum applicativi. ZFS conosce già la differenza tra gli snapshot e può generare uno stream incrementale efficiente.

Replica remota tramite SSH

La replica può essere eseguita anche verso un server remoto. Il concetto è semplice: il server sorgente genera lo stream con zfs send, SSH lo trasporta e il server di backup lo riceve con zfs receive.

zfs send -i tank/www@snap-old tank/www@snap-new | ssh backup.example.com zfs receive backup/www

Questo approccio è pulito, trasparente e molto potente. Non richiede formati proprietari, non introduce archivi opachi e non obbliga a usare software chiusi. La destinazione rimane un dataset ZFS, con snapshot consultabili, montabili e utilizzabili per ripristini reali.

Il problema è che gestire manualmente zfs send e zfs receive in produzione può diventare complesso. Bisogna individuare lo snapshot comune tra sorgente e destinazione, scegliere l’incrementale corretto, gestire dataset ricorsivi, proprietà, interruzioni, resume, naming, errori e differenze tra ambienti. Farlo una volta è semplice; farlo regolarmente, su molti dataset, è un’altra cosa.

Che cos’è Syncoid

Syncoid è lo strumento che semplifica la replica ZFS. È il complemento naturale di Sanoid: mentre Sanoid gestisce la creazione e la retention degli snapshot, Syncoid si occupa di replicare i dataset verso un’altra destinazione locale o remota. Internamente usa le primitive native di ZFS, quindi zfs send e zfs receive, ma automatizza molti dettagli operativi.

Una replica locale può essere avviata con:

syncoid tank/www backup/www

Una replica remota tramite SSH può essere eseguita con:

syncoid tank/www root@backup.example.com:backup/www

Per includere anche i dataset figli:

syncoid -r tank/www root@backup.example.com:backup/www

Syncoid individua gli snapshot comuni, calcola il percorso incrementale più adatto e trasferisce solo ciò che serve. Questo riduce il rischio di errore umano e rende molto più semplice automatizzare repliche frequenti. Invece di costruire manualmente lunghe catene di comandi, si può delegare a Syncoid la logica della sincronizzazione.

Perché Sanoid e Syncoid sono una coppia così efficace

Sanoid e Syncoid funzionano bene insieme perché risolvono due parti dello stesso problema. Sanoid crea e mantiene una storia locale del dato attraverso snapshot regolari. Syncoid porta quella storia, o una sua parte, su un altro pool o su un server remoto. Il risultato è una strategia completa: ripristino rapido locale e protezione remota contro scenari più gravi.

Gli snapshot locali sono ideali per incidenti quotidiani: cancellazioni accidentali, modifiche indesiderate, aggiornamenti falliti, file sovrascritti. La replica remota protegge invece da guasti hardware, perdita del server, problemi sul pool principale, compromissioni o disastri più estesi. Non bisogna scegliere tra snapshot locali e backup remoto: servono entrambi.

Una buona architettura può prevedere snapshot frequenti sul server di produzione e repliche periodiche verso un server di backup. Sul server remoto si può mantenere una retention diversa, magari più lunga, in modo da avere una profondità storica maggiore rispetto alla sorgente. Questo approccio permette di combinare velocità di ripristino, efficienza e resilienza.

Esempio di strategia per un server di produzione

Immaginiamo un server con un pool ZFS chiamato tank e alcuni dataset principali:

tank/www
tank/home
tank/mysql
tank/backups

Il dataset tank/www contiene i siti web, tank/home le home degli utenti, tank/mysql i dati del database e tank/backups eventuali dump logici o esportazioni applicative. Una possibile strategia potrebbe prevedere snapshot orari per i dati web, snapshot giornalieri per alcune settimane, snapshot settimanali per alcuni mesi e snapshot mensili per una conservazione più lunga.

Per i database si può scegliere una policy più prudente, integrata con dump logici o replica database. Per i dati statici si può mantenere una retention più lunga. Per i dataset molto dinamici bisogna invece controllare attentamente il consumo di spazio.

Un esempio di cron per Syncoid potrebbe essere:

15 * * * * /usr/sbin/syncoid -r tank/www root@backup.example.com:backup/www >/dev/null 2>&1
30 * * * * /usr/sbin/syncoid -r tank/home root@backup.example.com:backup/home >/dev/null 2>&1
45 2 * * * /usr/sbin/syncoid tank/mysql root@backup.example.com:backup/mysql >/dev/null 2>&1

In questo esempio l’output viene rediretto verso /dev/null, soluzione spesso usata nei cron per evitare output indesiderato. In produzione, però, è consigliabile non perdere visibilità sugli errori. Una scelta migliore può essere inviare i log a syslog, a un file dedicato o a un sistema di monitoraggio. Un backup che fallisce senza avvisare nessuno è estremamente pericoloso, perché genera una falsa sensazione di sicurezza.

Monitoraggio e test di ripristino

Configurare snapshot e replica non basta. Un backup è utile solo se può essere ripristinato. Per questo motivo è fondamentale monitorare regolarmente lo stato del pool, la presenza degli snapshot, lo spazio disponibile e il corretto aggiornamento delle repliche remote.

Alcuni comandi utili sono:

zpool status
zfs list
zfs list -t snapshot
zfs list -o name,used,referenced,usedbysnapshots

Bisogna verificare che il pool sia sano, che non ci siano errori di checksum, che gli snapshot siano recenti e che la destinazione remota riceva correttamente gli incrementali. È altrettanto importante controllare che lo spazio non si stia esaurendo a causa di una retention troppo aggressiva o di dataset con un tasso di modifica elevato.

Il test di restore è una pratica spesso trascurata, ma fondamentale. Periodicamente bisognerebbe prendere un dataset replicato, montarlo in un ambiente isolato, verificare che i file siano leggibili e che l’applicazione possa ripartire. Un backup non testato è una promessa, non una garanzia. Nei contesti professionali, la procedura di ripristino dovrebbe essere documentata con la stessa attenzione della procedura di backup.

Sicurezza della replica

Quando si replica via SSH, bisogna ragionare anche sui privilegi. Usare direttamente l’utente root è semplice, ma non sempre è la scelta migliore. In molti ambienti è preferibile usare chiavi SSH dedicate, limitare gli indirizzi IP autorizzati, configurare utenti specifici e valutare l’uso di deleghe ZFS tramite zfs allow.

Il server di backup non dovrebbe essere una semplice estensione completamente controllabile dal server primario. Se un attaccante compromette la sorgente e può eliminare anche gli snapshot remoti, la replica perde gran parte del suo valore. Per questo motivo, nei contesti più sensibili, si possono prevedere retention indipendenti sulla destinazione, permessi limitati, replica in modalità pull invece che push o ulteriori copie offline.

La sicurezza del backup non riguarda solo la cifratura del trasferimento, ma anche la protezione contro cancellazioni accidentali o malevole. Una buona replica deve rendere facile scrivere nuovi snapshot sulla destinazione, ma difficile distruggere lo storico già presente.

Vantaggi rispetto ai backup tradizionali basati su file

Rispetto a molte soluzioni basate su copia file, Sanoid e Syncoid sfruttano direttamente la conoscenza interna di ZFS. Un backup basato su rsync, ad esempio, deve attraversare il filesystem, confrontare file, timestamp, dimensioni ed eventualmente checksum. Su alberi con milioni di file questa fase può essere costosa, anche quando sono cambiate poche informazioni.

Con ZFS, invece, la differenza tra due snapshot è già nota al filesystem. zfs send può generare uno stream incrementale dei blocchi modificati senza dover scansionare l’intero albero dei file. Questo rende la replica molto efficiente, soprattutto su dataset grandi con modifiche relativamente contenute.

Un altro vantaggio è che la destinazione non è un archivio opaco. Il risultato della replica è un dataset ZFS reale, consultabile, montabile e utilizzabile. Gli snapshot rimangono disponibili anche sul server remoto, permettendo il recupero di versioni precedenti dei dati. Questo rende il backup non solo efficiente, ma anche operativo.

Non una soluzione magica, ma una base professionale

Sanoid e Syncoid non sono una bacchetta magica. Non eliminano la necessità di progettare correttamente i dataset, non sostituiscono il monitoraggio, non risolvono da soli la consistenza applicativa e non proteggono automaticamente da ogni scenario. Sono però strumenti estremamente validi perché lavorano in modo coerente con la filosofia di OpenZFS: usare primitive native, ridurre la complessità, trasferire solo ciò che cambia e mantenere il controllo nelle mani dell’amministratore.

La qualità di una strategia di backup dipende sempre dall’insieme: struttura dei dataset, frequenza degli snapshot, retention, replica remota, sicurezza, monitoraggio, test di restore e procedure documentate. Sanoid e Syncoid coprono in modo eccellente due elementi fondamentali di questa catena: automazione degli snapshot e replica efficiente.

Conclusione

Sanoid e Syncoid rappresentano una delle accoppiate più convincenti per chi utilizza OpenZFS in ambienti server, hosting, infrastrutture Linux, storage self-hosted o sistemi di produzione. Sanoid permette di trasformare gli snapshot da operazione manuale a policy automatizzata, con retention chiare e prevedibili. Syncoid consente di replicare i dataset verso un altro pool o un server remoto sfruttando la potenza di zfs send e zfs receive.

Insieme offrono un modello moderno di protezione dei dati: snapshot locali per il ripristino rapido, replica incrementale per la protezione remota, efficienza nel trasferimento, trasparenza nella gestione e pieno controllo tecnico. Non sono un prodotto da installare e dimenticare, ma una base solida su cui costruire una procedura professionale.

Per chi amministra server Linux e utilizza OpenZFS, imparare a usare correttamente snapshot, zfs send, Sanoid e Syncoid significa fare un salto di qualità nella gestione del rischio. Significa passare da copie occasionali e script fragili a una strategia ordinata, verificabile e coerente. In un mondo in cui i dati sono sempre più critici, poter tornare indietro nel tempo e replicare in modo efficiente ciò che conta davvero non è un lusso: è una necessità operativa.

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