17 Gennaio 2026

La crisi delle RAM e dello storage toccherà anche il settore dell’Hosting? Analisi e previsioni fino al 2027

L’aumento dei prezzi di RAM e storage causato dalla domanda crescente dell’Intelligenza Artificiale sta influenzando l’intera industria hardware. Come cambierà il mercato dell’hosting nei prossimi anni?

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Introduzione: un mercato sotto pressione

La crescente crisi delle memorie RAM e dei sistemi di storage sta diventando un tema centrale nel panorama tecnologico mondiale. Aumenti di prezzo, carenza di scorte e priorità alle aziende attive nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale stanno modificando l’equilibrio di un mercato che per molti anni è stato stabile e prevedibile. Le analisi riportate da RedGaming, HDblog e SergenteLorusso mostrano una tendenza chiara: la domanda di componenti ad alte prestazioni ha superato la capacità produttiva attuale.

Se nel settore consumer gli effetti sono già evidenti, il comparto hosting sta vivendo una fase di apparente stabilità favorita da scorte preesistenti e da strategie di riuso. Tuttavia, osservando le dinamiche della supply chain, è evidente che la situazione attuale non potrà durare a lungo. La domanda inevitabile diventa quindi: la crisi delle RAM e dello storage finirà per colpire anche i provider di hosting? La risposta richiede un’analisi più approfondita.

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla disponibilità delle RAM

La causa principale dell’aumento dei prezzi è la trasformazione della produzione globale di memorie. Fino a poco tempo fa, la maggior parte delle fabbriche produceva DRAM e NAND destinate a PC, server e dispositivi consumer. Oggi la priorità assoluta è la produzione di HBM, le memorie ad altissima banda utilizzate dalle GPU NVIDIA e AMD per l’AI generativa. Questa tipologia di memoria è cruciale non solo per l’addestramento dei modelli, ma anche per la fase di inferenza, che richiede throughput elevatissimi e latenze ridotte; per questo motivo i produttori stanno ricalibrando tutta la loro pipeline verso prodotti più complessi e più redditizi, sottraendo capacità produttiva alle memorie tradizionali. HDblog ha riportato aumenti impressionanti: alcuni kit DDR5 che nel 2023 costavano poco più di 300 euro oggi superano i 1.000 euro, con modelli enthusiast da 64 GB che vengono proposti a 1.200–1.300 euro, segnando incrementi reali vicini al 300–350% e casi specifici che sfiorano il 4X rispetto ai prezzi pre-crisi.

La produzione di HBM richiede processi avanzati e utilizza linee produttive simili a quelle delle DRAM tradizionali. Si tratta di processi che condividono una parte significativa della catena produttiva, dal packaging allo stacking tridimensionale, fino ai test di qualità. Di conseguenza, ogni wafer dedicato alle memorie AI sottrae spazio alla produzione di DDR5, RDIMM e altri formati essenziali per i server dei data center tradizionali. Le fonderie non possono incrementare la capacità rapidamente, perché l’ampliamento degli impianti richiede anni di pianificazione, autorizzazioni e investimenti miliardari. Inoltre, la complessità dei chip HBM aumenta drasticamente i tassi di scarto, costringendo i produttori a destinare un numero ancora maggiore di wafer a questi prodotti solo per rispettare gli SLA contrattuali.

L’enorme domanda di queste memorie, unita ai contratti pluriennali firmati dalle Big Tech, ha creato un vero e proprio collo di bottiglia che rende le RAM sempre più difficili da reperire. Le piattaforme AI acquistano lotti interi di produzione, impegnano capacità produttiva per mesi e costringono gli OEM a rivedere le forniture precedentemente garantite. In questo contesto, anche una lieve riduzione della disponibilità globale provoca aumenti immediati nei prezzi delle DRAM tradizionali. Le previsioni parlano di una tensione che non si risolverà prima della fine del 2026, e alcuni analisti ritengono che l’impatto sulla disponibilità di DRAM standard potrebbe protrarsi anche oltre, finché nuovi impianti non entreranno pienamente in funzione e non saranno in grado di soddisfare simultaneamente la domanda dell’AI e quella dei data center tradizionali.

Perché anche gli SSD NVMe stanno diventando più costosi

Parallelamente al mercato delle RAM, anche quello degli SSD sta attraversando un periodo di forte instabilità. Le unità NVMe enterprise, fondamentali nei server moderni, richiedono NAND flash di alta qualità e controller progettati per sostenere carichi di lavoro continui, caratteristiche che rendono questi componenti particolarmente sensibili alla riduzione dell’offerta. HDblog ha mostrato come diversi prodotti stiano già registrando rincari significativi: per esempio, un SSD NVMe enterprise da 1,92 TB che nel 2023 oscillava intorno ai 180–200 euro, oggi viene proposto dagli stessi rivenditori a oltre 350 euro, avvicinandosi a un raddoppio del prezzo nel giro di pochi trimestri. Non siamo ancora ai livelli delle RAM (dove la stessa testata ha evidenziato aumenti vicini al 3–4X), ma la direzione è molto simile.

Quando una parte della produzione NAND viene destinata a memorie più redditizie o a prodotti orientati all’Intelligenza Artificiale, la disponibilità per i settori tradizionali diminuisce in modo netto. I produttori stanno infatti privilegiando le soluzioni ad alto margine – soprattutto i moduli destinati a sistemi AI-ready – riducendo la capacità produttiva dedicata agli SSD enterprise general-purpose. Questo crea un effetto a catena sull’intera supply chain: meno disponibilità significa tempi più lunghi e, di conseguenza, prezzi più elevati.

Anche in questo caso la priorità va ai grandi operatori AI, che acquistano interi lotti di produzione per alimentare le loro infrastrutture. Data center e hyperscaler prenotano migliaia di unità per volta, saturando la produzione mesi prima della distribuzione effettiva. Ciò lascia ai provider hosting margini ridotti di approvvigionamento, e questo scenario sta già causando aumenti sui modelli ad alta capacità e sulle soluzioni di nuova generazione basate su PCIe 5.0, che risultano particolarmente difficili da reperire e con costi in costante crescita.

I data center AI hanno priorità sulle forniture rispetto ai provider hosting

Un altro fattore determinante è la competizione tra data center tradizionali e data center dedicati all’AI. Ogni nuova struttura pensata per l’AI richiede enormi quantitativi di RAM, storage e componenti di rete di fascia enterprise, spesso in configurazioni molto più spinte rispetto ai data center tradizionali. Una singola GPU AI di nuova generazione può richiedere decine di gigabyte di HBM, mentre un cluster completo può arrivare a consumare quantità di memoria equivalenti a quelle necessarie per centinaia di server standard. Le aziende che costruiscono questi data center stipulano contratti prioritari con gli OEM, spesso pluriennali e con volumi tali da occupare da soli una parte significativa della capacità produttiva globale. Questo garantisce forniture costanti e rapide, ma al tempo stesso sottrae risorse all’intero mercato general-purpose.

Questa dinamica lascia le infrastrutture tradizionali a gestire forniture più lente e costose. I server destinati a compiti classici – come web hosting, database, virtualizzazione – passano inevitabilmente in secondo piano perché non presentano gli stessi volumi d’acquisto né la stessa marginalità per i produttori. Inoltre, le aziende focalizzate sull’AI spesso prenotano interi lotti di produzione con mesi di anticipo, lasciando finestre di approvvigionamento ridotte o non disponibili per altri acquirenti. Di conseguenza, anche i provider hosting con elevata capacità di acquisto potrebbero trovarsi in difficoltà nel reperire componenti in tempi brevi, con un rischio crescente di ritardi nelle espansioni infrastrutturali o nella sostituzione dell’hardware critico, compromettendo la capacità di mantenere ritmi di crescita costanti o di rispondere rapidamente alla domanda dei clienti.

Perché il settore hosting oggi non percepisce ancora la crisi

Per ora, molti provider hosting non stanno ancora vivendo un impatto diretto sulla disponibilità di RAM e storage. Questo per tre ragioni principali.

Prima di tutto, molti datacenter lavorano con stock acquistati in anticipo, spesso con orizzonte pluriennale. In passato era pratica comune acquistare grandi quantità di RAM ECC e SSD enterprise quando i prezzi erano particolarmente favorevoli, costruendo una sorta di “cuscinetto” che oggi permette di assorbire le fluttuazioni del mercato. Questo consente di gestire manutenzioni, upgrade e nuove attivazioni senza dover acquistare immediatamente nuove componenti, mantenendo una certa stabilità operativa anche in fasi di mercato turbolente. In molti casi, questi stock sono stati dimensionati per garantire continuità operativa per due o tre cicli di aggiornamento hardware.

In secondo luogo, il modello di business basato sul noleggio dei server permette un riutilizzo esteso delle componenti. RAM, SSD e altri elementi hardware vengono riconfigurati, spostati o integrati a seconda delle esigenze dei clienti, allungando il ciclo di vita dell’infrastruttura e riducendo il numero di nuovi acquisti necessari nel breve periodo. Questo approccio permette ai provider di preservare componentistica costosa e di ridurre in modo significativo il fabbisogno di hardware nuovo, ritardando gli effetti della crisi. In pratica, ogni modulo e ogni drive possono essere utilizzati più a lungo e in più cicli operativi, a fronte di controlli e test rigorosi.

Il terzo elemento è la naturale longevità delle infrastrutture enterprise. Un server moderno ha una vita operativa di diversi anni e non richiede aggiornamenti frequenti come un dispositivo consumer. La sua architettura è progettata per resistere a carichi elevati e a funzionamento continuativo 24/7, riducendo la necessità di sostituzioni frequenti. Questo ritarda l’esposizione effettiva alla crisi delle forniture e consente ai provider di assorbire temporaneamente gli effetti della carenza. Inoltre, i cicli di ammortamento più lunghi tipici del settore hosting permettono di pianificare interventi su orizzonti più ampi, attenuando nell’immediato l’impatto dei prezzi correnti.

Tuttavia, nessuno di questi fattori può annullare l’impatto a lungo termine della scarsità di componenti. La vera sfida inizierà quando i provider dovranno espandere significativamente le infrastrutture o sostituire hardware guasto con nuovi modelli, momento in cui i prezzi aggiornati del mercato diventeranno inevitabilmente rilevanti. Dal 2026 in poi, quando le scorte preesistenti inizieranno a ridursi e gli interventi di refresh hardware diventeranno improrogabili, emergerà in modo evidente il divario tra la fase di protezione temporanea di oggi e il nuovo equilibrio economico imposto dalla domanda globale.

Il 2026 come anno di transizione

Guardando le dinamiche della supply chain e le tempistiche di espansione delle linee produttive, il 2026 sarà un anno cruciale. Le fabbriche attualmente in costruzione da parte dei principali produttori entreranno in funzione solo verso fine anno, e questo significa che l’intero 2026 sarà ancora caratterizzato da disponibilità limitata e prezzi elevati per le memorie e lo storage. Anche nel caso in cui la capacità produttiva inizi ad aumentare, i primi mesi saranno dedicati a stabilizzare i processi e a soddisfare gli ordini già prenotati dalle aziende che operano nel settore dell’Intelligenza Artificiale, causando un rallentamento ulteriore per tutti gli altri segmenti.

Durante questo periodo, i provider hosting inizieranno a percepire con maggiore intensità il problema, soprattutto nel momento in cui sarà necessario effettuare grandi ordini, costruire nuovi cluster o aggiornare i nodi di storage più datati. La pressione sui costi diventerà più evidente proprio nelle fasi di espansione infrastrutturale, quando sarà impossibile fare affidamento esclusivamente sugli stock acquistati negli anni precedenti. Le decisioni di investimento diventeranno più complesse, perché sarà necessario bilanciare la crescita della domanda con il costo reale dell’hardware, che potrebbe influire sulle strategie commerciali dei provider e sulla loro capacità di mantenere prezzi competitivi.

I prezzi, secondo alcune stime, potrebbero continuare a salire in modo costante per tutto il 2026, soprattutto per RDIMM di grande capacità e SSD enterprise ad alte prestazioni, che risultano oggi tra i prodotti più sensibili alla riduzione della disponibilità globale. L’incremento dei costi non sarà lineare ma progressivo, con picchi legati ai periodi di maggior domanda industriale e alle consegne ritardate, creando un contesto in cui i provider dovranno pianificare con estrema precisione ogni investimento in nuova infrastruttura.

Il 2027 potrebbe segnare quasi sicuramente un aumento dei prezzi dei servizi hosting

Se la crisi dell’hardware non verrà risolta entro i primi sei mesi del 2026, il 2027 sarà quasi certamente l’anno degli adeguamenti di prezzo per i provider hosting. Questo perché l’aumento dei costi di approvvigionamento non potrà più essere assorbito internamente, soprattutto in presenza di componentistica con prezzi fuori scala rispetto agli standard degli anni precedenti. Nel 2027 molti provider si troveranno per la prima volta a dover acquistare nuovi server o espandere in modo sostanziale i cluster esistenti con hardware acquistato ai prezzi “post-crisi”, senza poter contare sugli stock preesistenti che fino a quel momento avevano attenuato l’impatto.

Le proiezioni realistiche stimano che alcuni componenti, in particolare la RAM per server enterprise, potrebbero raggiungere un costo triplo rispetto all’attuale, soprattutto negli ordini bulk destinati ai data center. Anche gli SSD NVMe enterprise registrerebbero un incremento significativo, rendendo il costo dei nuovi server molto più elevato e impattando direttamente sui piani di espansione infrastrutturale. Questo effetto non riguarda soltanto le macchine di fascia alta ma anche i modelli entry-level, perché i produttori integrano naturalmente i nuovi costi lungo l’intera gamma di server destinati al mercato professionale.

Per mantenere la sostenibilità economica, i provider dovranno quindi aumentare i prezzi dei servizi. Gli analisti stimano un incremento medio di circa 20% sui canoni mensili, soprattutto per soluzioni come Server Dedicati, VPS ad alte prestazioni e infrastrutture cloud con SLA avanzati, che dipendono in modo diretto da componenti hardware premium sempre più costosi da reperire. È possibile che alcuni provider scelgano strategie di incremento graduale, mentre altri optino per aggiornamenti più immediati dei listini, ma la direzione generale appare ormai segnata: senza un riequilibrio della capacità produttiva globale, il costo dell’hosting entrerà in una nuova fase storica caratterizzata da margini più ridotti e investimenti più onerosi.

Perché l’impatto dell’aumento dei prezzi è così forte nel settore hosting

Il motivo principale è la natura stessa del business. Un provider hosting non può permettersi compromessi: tutti gli elementi dell’infrastruttura devono essere di livello enterprise, dalle RAM ECC agli SSD ad alta durabilità, fino ai componenti ridondanti e certificati. Ogni scelta hardware deve garantire affidabilità assoluta, perché un singolo guasto può causare downtime per centinaia o migliaia di clienti, con conseguenze contrattuali, operative ed economiche molto rilevanti. Inoltre, la necessità di mantenere SLA stringenti, sistemi di backup efficienti e ambienti ad alta disponibilità rende impossibile ricorrere a componentistica di fascia inferiore o non progettata per carichi continuativi 24/7.

Questo rende l’hosting più vulnerabile rispetto ai settori che possono ricorrere a componenti consumer o di fascia inferiore. L’intero stack tecnico – CPU, RAM, storage, controller RAID, reti, alimentazione – deve basarsi su componenti certificati, e quando il prezzo delle componenti enterprise aumenta, l’impatto sul costo complessivo dei servizi diventa immediatamente evidente. Questi elementi rappresentano una parte significativa dell’investimento necessario per mantenere infrastrutture affidabili, performanti e pienamente conformi agli SLA; pertanto, qualsiasi aumento nei costi di RAM e storage si traduce in un incremento delle spese operative del provider, che difficilmente può essere assorbito senza una revisione dei listini.

Una soluzione possibile: nuovi produttori e maggiore diversificazione

L’ottimismo per il futuro dipende dalla capacità del mercato di introdurre nuovi produttori e ampliare la capacità produttiva globale. Alcuni segnali sono incoraggianti: aziende emergenti stanno investendo nella produzione di DRAM e NAND, mentre i principali produttori stanno costruendo nuove fabbriche in Asia, Europa e Stati Uniti con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle strutture attuali e aumentare la resilienza della supply chain. Alcuni governi stanno persino incentivando la costruzione di impianti tramite agevolazioni fiscali e sussidi, consapevoli dell’importanza strategica della produzione di semiconduttori per l’economia nazionale e per la stabilità dei settori digitali.

Tuttavia, il percorso è lungo e complesso. Una fabbrica di memorie richiede investimenti da miliardi di dollari, infrastrutture altamente specializzate e una supply chain sofisticata che coinvolge materiali, attrezzature e competenze molto specifiche. La produzione di DRAM e NAND, inoltre, è tra le più delicate dell’intero settore dei semiconduttori, con margini operativi sottili e tassi di scarto elevati nelle fasi iniziali. È per questo motivo che, anche dopo la costruzione degli impianti, serve un lungo periodo di calibrazione e ottimizzazione prima che le nuove linee produttive raggiungano una capacità sufficiente a incidere realmente sul mercato. Di conseguenza, è difficile immaginare un riequilibrio prima del 2027, poiché le nuove capacità produttive impiegheranno anni per diventare operative e per compensare l’attuale squilibrio causato dalla domanda dell’Intelligenza Artificiale.

Conclusione: un impatto inevitabile, anche se ritardato

L’hosting è uno dei settori che al momento riesce a resistere meglio alla crisi delle RAM e dello storage. Gli stock preesistenti, le strategie di riuso e la longevità dei server enterprise offrono una protezione temporanea, permettendo ai provider di mantenere stabilità operativa mentre altri comparti dell’IT iniziano già a subire l’aumento dei costi. Tuttavia, questa protezione ha una scadenza e non può compensare indefinitamente la pressione della domanda globale né l’espansione dei data center dedicati all’Intelligenza Artificiale, che stanno assorbendo quote sempre maggiori di produzione.

Se la crisi dell’approvvigionamento hardware non terminerà entro il 2026, il 2027 sarà l’anno in cui l’effetto si riverserà inevitabilmente sui prezzi dei servizi. I provider, costretti ad acquistare nuove componenti a costi molto più alti – in alcuni casi fino al 300% nei grandi ordini – dovranno adeguare i listini. Un aumento medio del 20% nei canoni mensili è una previsione realistica, soprattutto nel segmento dei Server Dedicati e delle infrastrutture ad alte prestazioni, dove la qualità e la disponibilità della componentistica sono elementi imprescindibili per mantenere SLA e affidabilità ai massimi livelli. Alcuni provider potrebbero tentare di assorbire una parte dei costi per rimanere competitivi, ma nel lungo periodo l’aumento dei prezzi appare pressoché inevitabile.

Per ora il mercato è stabile, ma la combinazione tra domanda AI e limitata capacità produttiva indica chiaramente che il settore dell’hosting dovrà prepararsi a un nuovo ciclo economico. I prossimi due anni saranno decisivi per comprendere quanto profondamente la crisi delle memorie influenzerà il futuro delle infrastrutture digitali e quale sarà la capacità del mercato globale di adattarsi, espandersi o reinventarsi di fronte a una trasformazione tecnologica senza precedenti.

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